Bosco Quota 101

Perché abbiamo pulito il bosco: un respiro alle specie autoctone

Abbiamo pulito il bosco. Quello che confina con i vigneti di Torreglia, dove crescono la Garganega, il Moscato Giallo e il Tocai. Un lavoro nato da una necessità semplice: far respirare le piante autoctone che stavano soffocando sotto rovi e infestanti. Tra le pendici del Monte Sengiari crescono alberi e arbusti che appartengono a questo territorio da sempre. Varietà preziose, importanti da conservare e preservare. Erano lì, nascoste, in cerca di luce. Abbiamo deciso di liberarle.

Lo abbiamo fatto anche perché ci immaginiamo che qui possa realizzarsi qualcosa di bello: un percorso nella flora locale, un luogo dove le persone possano camminare, osservare, capire. Un posto dove la didattica incontra il turismo, dove i visitatori possono toccare con mano la biodiversità che dà vita ai nostri vini.

In questo lavoro ci ha guidato Eugenia Clerici, dottoressa forestale e guida naturalistica, che ci ha aiutato a fare le cose per bene, con rispetto e competenza.

Perché abbiamo pulito il bosco: il progetto

Abbiamo deciso di investire nel nostro bosco non per sfruttarlo, ma per custodirlo. Quello che ci interessa davvero è far evolvere questo ambiente naturale secondo i principi della gestione forestale sostenibile.

Vogliamo un bosco ricco di specie autoctone, con piante mature che fungano da “matrici” – alberi madri che garantiscono la continuità del bosco – e anche esemplari di grandi dimensioni che raccontano la storia di questo territorio. Un bosco sicuro, fruibile, dove le radure naturali, le rocce affioranti e le piccole vallette siano valorizzate come elementi di bellezza e interesse naturalistico.

Non taglieremo tutto per poi ricominciare da capo, come si fa nei cedui tradizionali. Questo bosco lo vogliamo vivo, diversificato, protetto: un ambiente da tutelare per il suo valore ambientale, paesaggistico e ricreativo.

Abbiamo dato respiro alla biodiversità del territorio

Il Monte Sengiari è uno dei pochi corpi vulcanici dei Colli Euganei nato dalla latite – una roccia eruttiva rara – durante il secondo ciclo di eruzioni dell’Oligocene, milioni di anni fa. La cima è fatta di latite e brecce latitiche, in parte di trachite, mentre lungo i versanti affiorano le antiche Marne Euganee.

La latite, che ha meno silice della trachite, si sgretola in superficie secondo un processo affascinante chiamato “esfoliazione cipollare”: la roccia si desquama a strati concentrici, come una cipolla, a causa dell’idrolisi di alcuni minerali. Un fenomeno lento, naturale, che crea forme curiose e particolari.

Le Marne Euganee sono invece sedimenti marini, ricchi di argilla, poco compatti e finemente stratificati. Di colore grigio chiaro o giallastro, possono essere profonde fino a 100 metri. Questi strati raccontano di quando qui c’era il mare.

Un bosco che nasce dalla roccia

Le caratteristiche geologiche del Monte Sengiari si riflettono nel suolo e, di conseguenza, nella vegetazione. Non è un caso che qui crescano proprio queste piante e non altre: sono figlie della roccia, del clima, della storia di questo luogo.

Il bosco è un mosaico di varietà: ci sono zone dove dominano le querce (roverella e altre specie), l’orniello con i suoi fiori profumati, il bagolaro dalle foglie ruvide, e anche la robinia – una pianta invasiva che tentiamo di contenere.

Accanto a questi alberi maggiori crescono il ciavardello, l’acero campestre, il ciliegio selvatico, l’olmo campestre, il sambuco dai fiori bianchi e profumati, il biancospino che in primavera si copre di fiori, e il corniolo con le sue bacche rosse. Nel sottobosco è abbondante il pungitopo, con quelle foglie spinose che sembrano sfidare chiunque passi.

I tesori della macchia mediterranea

Dove il terreno è più arido e affiora la latite, sui dossi esposti al sole, il bosco cambia faccia. Qui troviamo le specie della macchia mediterranea, che sembrano portare con sé profumi e colori del sud.

Ci sono esemplari magnifici di corbezzolo, con quei frutti rossi che maturano mentre la pianta è ancora in fiore. L’erica arborea che in autunno si tinge di rosa, il cisto a foglie di salvia che in estate esplode in fiori bianchi, e l’asparago selvatico che spunta nei posti più impensati.

Sono queste le piante che abbiamo voluto liberare, dare loro spazio per crescere, per respirare, per mostrarsi.

E il futuro? Una proposta turistica

Pulire il bosco è stato solo il primo passo. Ora vogliamo renderlo vivo, partecipato, aperto a tutti quelli che hanno voglia di conoscere davvero questo territorio.

Vorremmo creare percorsi e prepare materiali divulgativi. Ci piacerebbe accogliere persone curiose di conoscere il nostro territorio. E soprattutto, vogliamo che chi beve i nostri vini possa vedere da dove vengono davvero. Non solo dalle vigne, ma da tutto questo ecosistema: dal bosco che protegge il suolo, dalle specie che mantengono l’equilibrio, dalla biodiversità che rende questo territorio unico.

Perché un vino biologico non nasce solo da uve sane. Nasce da un territorio sano, da un bosco che respira, da un ecosistema in equilibrio.